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DIALETTO

che i nostri ultimi Re gli Aragonesi non sdegnarono usare nelle loro lettere, e diplomi, e nella legislazione.

Questi sono i nostri pensieri circa l’ortografia, e ne daremo un primo saggio nel Vocabolario, che ora pubblichiamo, nel quale perciò non useremo l’ortografia degli autori, ma questa nostra, e speriam così far praticamente conoscere, e toccar con mano, che senza sensibile alterazione della pronunzia, si rende il dialetto assai più agevole, e chiaro agli stranieri, che lo leggeranno.

ORIGINE, E VARIA FORTUNA DEL DIALETTO NAPOLETANO.

S

Olo le menti superficiali possono persuadersi, che quella lingua latina, che a noi han tramandata le immortali opere de’ Ciceroni, de' Virgilj, de' Livj, degli Orazj, e di altri, sia stata la generale, e sola lingua di tutto l'Impero Romano, o dell’Italia almeno, fiorendo quella Repubblica, e quel Principato. Chiunque medita, vede per contrario, che la lingua di quegli Scrittori altra non è, che una lingua, che incominciata a scriversi per intelligenza del solo popolo di Roma da’ Plauti, e da’ Terenzj, attuò mutandoli a poco a poco, e divenne una lingua cultissima, oggetto de’ maggiori studj, e delle più serie applicazioni de’ Romani, nella quale si perorò al popolo, si scrissero le leggi, si fece ogni atto pubblico, si composero i versi; che quella lingua fu piuttosto scritta, che parlata; e che per apprendere a scriverla, ed a parlarla sola da certa classe d’uomini, ed in

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