Del dialetto napoletano - Ferdinando Galliani (1789)/Degli Errori di Lingua

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DEGLI ERRORI DI LINGUA.


S Iccome il nostro volgo parla nella goffa semplicità assai correttamente il suo natio dialetto, così tutti i nostri scrittori, eccetto i due il Lombardo, e il Capasso, hanno chi più, chi meno commesso molti, e intollerabili errori di lingua, e barbarismi, e taluno vi è, che passa per classico, quale il Fasano, e il Valentino, che ne fono pienissimi. Onde è, che non [p. 25 càgna]sapremmo dire se i molti scrittori ci abbiano più giovato, o nociuto.

A tre fonti principali possiam ridurre quello immenso stuolo di errori.

Primo alle parole, che sono comuni così al nostro dialetto, come al Toscano, o al generale Italiano, ed alle quali si è per ignoranza data una inflessione mostruosa, e barbara, credendo dar nel genio della pronunzia nostra.

Secondo alle parole Italiane, che non essendo nostre si sono volute napolitazzare, con aggiungere ad esse una capricciosa pronunzia seguendo il genio del dialetto. Queste due sono le più comuni, non men che le più odiose classi d’errori; giacchè consistono di parole, che ben può dirsi, che non siano in rerum natura. Non son Italiane, dapoichè hanno mutazione d’inflessione: non son nostre, niuno usandole tra noi; dunque son mostri, sfingi, e chimere.

La terza classe è delle parole nostre adoprate per ignoranza in senso, o cognizione, che non hanno.

Incominciando a spiegare la prima clase con qualche esempio. I Napoletani hanno la voce Poeta pronunziata coll’istesso suono, che usa il resto degl’Italiani. Or non mancano autori, che credendo scrivere con eleganza, e con maggior purità il Napoletano, hanno detto Pojeta, Questa non è voce nostra; voce barbara, mostruosa; è un complesso d’ignoranza, di presunzione, di stupidità. È un parricisio, giacchè vi si vede quell’istesso indegno figlio della Patria, che fa mostra volerne onorare il dialetto, impiegandovj i suoi sudori, tentare di detuparlo, e renderlo laido, e nauseoso. [p. 26 càgna] Parimente s’incontrerà in siffatti autori la voce Sonietto. Il Napoletano dice Sonetto, come i Toscani, nè dice mai Sonietto nel Angolare; nel plurale può dire Soniette, e Sonette.

Cotesti scempiati han detto livero, e livro per voler dire il libro: han detto viestia forse credendo, che i Napoletani non avessero la parola bestia. L’hanno benissimo, e l’averebbero loro data per epiteto, se fussero vivi quelli scrittori, che sono oggi tutti defunti. Han detto prejare, in senso di pregare, quantunque noi diciamo egualmente, che i Toscani pregare. Han detto ncatinare, e scatinare, in luogo d’incatenare, e scatenare. Han detto commone in luogo di commune &c. In somma sono moltissime le voci, che hanno svisate, credendo stolidamente scrivere con eleganza.

Avvertiremo adunque, che sono moltissime le parole del nostro dialetto, che non si scostano punto nè poco dal generale Italiano; anzi diremo dippiù, che non è mai delitto, parlando il dialetto, servrsi di qualche parola, che appartenga al solo generale Italiano, purché si lasci stare quale ella è, e principalmente, se manca nel dialetto la voce equivalente all’Italiana: ma gravissimo fallo è lo storpiarla, e far con studio una goffaggine.

Rispetto alla seconda classe, che non è meno per disgrazia copiosa di mostruosi esempj, ne diremo qualcheduno de’ più frequènti.

Dall’Italiano sciocco si è voluto fare il Napoletano sciuocco. Quella voce non è nostra. Ne abbiamo infinite per dinotare gli sciocchi che non mancano tra noi, ma non abbiamo questa. Sicché sciuocco non essendo né Italiano, nè [p. 27 càgna] Napoletano é un mostro. L’istesso si può dire della voce gredare fatta dalla voce Italiana gridare. Noi non l’abbiamo diciamo: strillare. L’istesso della voce prunto fatta dall’Italiano pronto. Noi diciamo lesto, ed uaiamo anco talvolta la voce pronto in senso di cosa, che non sia ancor stantìa. Lo stesso della voce accuorto fatta dall’Italiano accorto; noi diciamo addonato. Dalla, voce servo si è fatta la Napoletana siervo, che non esiste: noi diciamo schiavo. Dalla voce Italiana dirimpetto hanno fatto derempietto; noi diciamo faccefronte.

Dall’Italiano è giunto il Cortese trasse la voce è junto, che non abbiamo; noi diciamo arrevato: dall’Italiano addosso fece adduosso; dovea dire ncuollo. Si è voluto dalla voce Italiana labro farne una nel nostro, e si è detto lauro, voce sconcia, e capricciosa. Il dialetto non ne ha veruna, che corrisponda a quella Italiana. Usa dire o vocca, o musso, e le vuol ingentilirle, dice vocchella, mussillo. Forse i nostri padri osservando, che l’Italiano labro appartiene alla sola spezie umana, con filofofico acume trovarono orgogliosa quella disparità.

Diremo ora d’una parola, che sebbene usata da tutti gli scrittori a cominciar dal Basile fino al Capasso, pure è barbarismo da non ammettersi. È questa la voce muto fatta dall’Italiana molto. Noi sicuramente non l’abbiamo, né si troverà veruno, che l’abbia mai intesa pronunciar dal popolo, che è il solo sovrano, e legislator de’ linguaggi, quem penes arbitriuim est, et jus, et norma loquendi. Il popolo si serve unicamente dalla parola assaje. Sicché le parole muto llustre, muto reverendo sono barbarismi [p. 28 càgna] crudeli, come lo è il dir con muto gusto, muto spasso, muto bene &c.

Dalla terza classe sono un poco meno numerosi gli esempj. Ne citeremo uno del Fasano, 11 quale al Canto V. st. 64. dice la botta sciacca, volendo dir la botta fiacca. Evvi la voce sciacca in Napoletano, ma è la perza persona del presente del verbo sciaccare, e dinota percuotere il capo. In senso di debole si dice fiacco, comne nell’Italiano. Io te sciacco, io ti ammacco il capo; io sto fiacco, io son siacco, e non si dice io sto sciacco. Abbiam incontrato arreventare, in senso di diventare. Arreventare vuol dir faticare assai, crepare. Addeventare è la parola, che corrisponde al diveniare Italiano.

Meriterebbe questa materia una ben più lunga discussione, se la timidità, colla quale abbiamo intrapreso questo nostro lavoro, non ce ne ritraesse. Chi sa se sin ora sian molti coloro, a cui faccian pena gli errori di lingua degli scrittori del dialetto Patrio? Chi sa, che molti non fianvi, ai quali sembri, che ogni voce sconcia, gossa, dissidante sia per se stessa Napoletana? Se la fortuna del nostro dialetto muterà sembianza, farà allora tempo, che da noi a lungo si discorra sull’esattezza, e sull’eleganza de’ vocaboli, e senza aspirare ad emular le glorie dell’Accademia della Crusca, che dà leggi all’intera nazione Italiana, noi le daremo nel ristretto confine della Campania, e dell’Apulia.